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Università, industria e strutture finanziarie: una partnership indispensabile Parte1

Giovedì 14 novembre presso l’aula Archivio Antico di Palazzo Bo si è tenuta un’interessante relazione del Prof. Alberto Sangiovanni Vincentelli riguardanti il tema delle partnership tra Università, industria e strutture finanziarie.

Il prof. Vincentelli è considerato tra i massimi esperti mondiali in materia di innovazione in virtù di un’esperienza quasi quarantennale nella Silicon Valley e del suo eclettico curriculum. Oltre ad essere titolare della prestigiosa Buttner Chair di Electrical Engineering and Computer Sciences presso l’Università della California, Berkeley, è stato co-founder di Cadence e Synopsys, siede in numerosi cda, è autore di oltre 880 articoli scientifici, 17 libri e 3 brevetti nel campo delle tecnologie, metodologie e sistemi innovativi.

L’introduzione alla relazione è toccata al Rettore dell’Università di Padova Giuseppe Zaccaria.

Il Rettore, ricordando il periodo delicato che attualmente affronta il nostro Paese (e per il quale molti prevedono un declinio inesorabile), ha riconosciuto l’innovazione come unico antidoto possibile per l’uscita dalla crisi. A suo dire questo fenomeno non è estemporaneo, nè legato ad una sola persona, quanto piuttosto un processo strutturato, al cui successo contribuiscono risorse dedicate, capitali, tempo, competenze distintive e qualificate. In una frase: innovation doesn’t happen overnight”.

Nel piano operativo per sviluppare l’innovazione, sempre secondo Zaccaria, l’Università deve giocare un ruolo centrale e l’esperienza del Prof. Vincentelli rappresenta un valido esempio cui ispirarsi.

Nel prendere la parola, il co-fondatore di Cadence e Synopsys ha raccontato come la sua esperienza imprenditoriale sia iniziata per caso, in seguito alle pressioni ricevute da alcuni venture capitalist. Infatti nella Silicon Valley accade spesso che le aziende siano interessate a sviluppare alcune idee e incoraggino con la liquidità necessaria gli innovatori ad aprire un’impresa. La scarsa vocazione imprenditoriale degli italiani non deve quindi solo imputarsi all’Università bensì anche al ruolo dell’impresa.In California difatti, lo sviluppo dell’ecosistema si deve in buona parte ad aziende affamate di innovazione come IBM e Intel.

Il finanziamento però è solo una parte del contributo offerto agli imprenditori, i v.c. fungono anche da advisor, al 90% si tratta infatti di ex imprenditori. Vincentelli ci sorprende quando afferma, specie in Europa “ci siano più soldi che buone idee”, alludendo all’esistenza di disponibilità finanziarie inutilizzate in quanto le idee attualmente in sviluppo non siano abbastanza profittevoli.

Il professore si è poi rammaricato per l’ occasione persa dall’Italia nel campo dell’innovazione, ricordando il caso Olivetti, la quale per eccellenza tecnologica, attenzione al design e capacità di proporsi come attore culturale a 360° poteva rappresentare per la nostra Apple.

In questo fatto si rileva un errore strategico compiuto dai governanti italiani: sostenere imprese tradizionali (es. Fiat, ndr) anzichè lasciarli andare altrove o chiudere.

Qui si rileva una forte differenza culturale con gli Stati Uniti dove si preferisce lasciar morire le attività che non sono in grado di sostenersi autonomamente.

Nell’evidenziare le differenze tra l’eco – sistema italiano/europeo con quello americano Vincentelli ha poi parlato della traiettoria strategica percorsa da Amazon, iniziata come sito di e-commerce, espansa alla vendita del Kindle e, sotto la spinta dei suoi manager, proseguita verso la vendita dei servizi cloud (campo dove rappresenta il primo player di mercato mondiale, seguita da Google). Quest’ultima diversificazione del modello di business è avvenuta per caso, non appena realizzato che la capacità di calcolo inutilizzata poteva avere una destinazione alternativa.

E’ notizia invece degli ultimi giorni che Amazon voglia cominciare pure a costruire i dispositivi fisici, attraverso la progettazione dei chip.

La flessibilità di Amazon testimonia l’estrema dinamicità dell’eco-sistema della Silicon Valley. Questo ambiente, più volte dato per finito, resiste nel tempo perchè non dipende solo dalle Università (fattore comunque determinante) ma si dimostra un sistema completo, “in continuo rimescolamento”.

Una differenza con il sistema italiano sta proprio nell’infrastruttura (servizi finanziari, legali, centri universitari, network…), campo dove si rileva un’ulteriore errore del Governo italiano, impegnato a sostenere le imprese, anzichè le infrastrutture, ovvero la base per lo sviluppo dell’imprenditorialità.

Particolarmente sviluppata in California risulta la presenza di soggetti disposti a sostenere le iniziative. Si individuano infatti ben sei categorie: angels, incubators, seed investors, v.c., mezzanine investors (investitori che subentrano prima della quotazione in Borsa), investment banks. In Italia invece queste categorie sono ancora in corso di formazione.

Vincentelli ha espresso però una forte critica verso gli Angels, in quanto categoria spesso poco preparata) e sollevato alcune perplessità sulla validità degli incubators “anche se cominiciano a dare i loro effetti”.

Rispetto al mercato italiano si nota un’ulteriore differenza: la tendenza a pensare in grande. Tutti gli imprenditori americani sognano infatti di creare una grande impresa. Per raggiungere tale meta, la quotazione in Borsa è necessaria e presenta il vantaggio di non indebitarsi presso le banche evitando notevoli aggravi del conto economico.

Notoriamente il mercato azionario italiano è poco sviluppato e da parte degli imprenditori, specie in Veneto c’è una forte resistenza a credere nella Borsa, (quindi ad estendere la dimensione dell’attività) argomento questo trattato pure in Tempo di crescere? Nuova imprenditorialità e sviluppo economico.

Alla settimana prossima per la seconda parte!

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