Interviste

Viaggio al centro del mondo (digitale): Silicon Valley Study Tour 2014

San Francisco Ideastartup

Ciao a tutti. Mi presento: sono Andrea Pirollo, laureato a Cà Foscari (Venezia) alla triennale in Economia Aziendale e laureando, sempre a Cà Foscari, alla specialistica in Management delle Imprese Internazionali. Da qualche anno lavoro part time come traduttore e agente di commercio. Sono appassionato di startup, innovazione tecnologica e digitale, e ho avuto la fortuna di partecipare al Silicon Valley Study Tour 2014. In questo post rispondo alle domande del mio amico e collega Fabio Pescante.

Con quale proposito sei partito?

Da tempo rimuginavo su un’ambiziosa idea di startup; quando ho visto la locandina del SVST in università ho capito subito che non dovevo lasciarmi sfuggire l’occasione, pur senza farmi troppe illusioni. Dopo intensi mesi di selezione sono stato selezionato tra i primi, quelli che a cui spettava il biglietto aereo pagato dal Ministero degli Affari Esteri. Allora sì ho cominciato a montarmi la testa e la mia speranza era di proporre la mia idea ad alcuni dei colossi della Silicon Valley e così rimediare quantomeno un lavoro. Non funziona così…ma non potevo saperlo (sognare però è gratis!).

Cosa conservi di questa esperienza?

Sicuramente le amicizie nate durante il tour con gli altri partecipanti, circa 25 ragazzi e ragazze provenienti da università di tutta Italia. Con alcuni in particolare intendo sviluppare una startup (quella che volevo ‘piazzare’ durante il tour!).
Poi tutti i contatti personali e professionali sviluppati durante il tour, che coltiverò e potrebbero tornare utili in un futuro non così distante – le società di Venture Capital della Bay Area investono somme inimmaginabili qui in Italia.
Infine l’arricchimento personale per aver toccato con mano realtà lavorative così dinamiche e all’avanguardia e la consapevolezza che non è tutto stagnante come da noi.
E di sicuro mi ricorderò del terremoto 6.0 Richter mentre facevo la valigia per tornare in Italia…

Perchè partecipare al SVST? Per trovare lavoro? Per trovare l’ispirazione?

Consiglio a tutti di partecipare alla selezione del SVST perchè il processo stesso di selezione comporta discussioni molto costruttive; c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare dai colleghi/concorrenti. Se poi si viene selezionati si ha la possibilità di passare un paio di settimane nel luogo al mondo più ricco di idee, innovazione (e denaro!), oltre che sede delle maggiori aziende di tecnologia. Lo study tour permette di entrare in contatto con queste realtà. Quasi sicuramente non troverete lavoro in un settimana di tour, ma svilupperete contatti importanti e poi…non si sa mai. Per quanto riguarda l’ispirazione, assolutamente si! E’ un’esperienza che mi ha cambiato prospettiva e dato nuova motivazione. A me così come ai miei compagni di viaggio.
P.S. il forum nel quale avviene la selezione è in inglese!

Quali aziende hai visitato?

Per quanto riguarda le aziende abbiamo visitato Oracle, HP labs, Salesforce, MobileIron, Microsoft e Google. Come università abbiamo visitato Stanford e UC Berkeley, oltre alla closing ceremony della super esclusiva Singularity University (e relativo party in discoteca).
Inoltre abbiamo visitato un incubatore, NestGSV, che vanta il primo scivolo aziendale della Silicon Valley – che ovviamente abbiamo provato tutti, una startup, Eversnap, e abbiamo incontrato un Venture Capital, Lanza Tech Ventures.
Nel periodo che abbiamo passato nella Silicon Valley ci è capitato di conoscere startupper al pub, sul treno per San Francisco o in situazioni a caso, tanti ce ne sono.

Tra gli italiani conosciuti nel SVST il più apprezzato è sempre Vittorio Viarengo, come mai?

Tutti ne parlavano, in effetti, e non posso che confermare. Il motivo è semplice: Vittorio Viarengo non segue l’approccio classico che prevede la presentazione della società per cui lavora: alcuni suoi prodotti innovativi e infine spazio per le domande. Al contrario, riconoscendo la ‘fame’ che caratterizza studenti italiani in visita in SV, articola un discorso motivazionale che va dalla ricerca del proprio percorso di carriera ideale alla gestione dei team, dalla sua esperienza personale al bilanciamento vita-lavoro. Difficile spiegarlo, ma al termine eravamo tutti estasiati dalla professionalità e utilità del suo contributo, al livello di un TED talk, e dei migliori! Qui di seguito posto il video che Viarengo indirizza al premier Renzi – sulla falsariga della presentazione cui noi abbiamo assistito.

Personalmente ho molto apprezzato anche l’intervento di Fabrizio Capobianco, serial entrepreneur italiano stabilitosi nella Silicon Valley molti anni fa. Lui ha incentrato la discussione con noi sugli aspetti pratici del vivere e lavorare da italiano negli USA, e in particolare in SV. Non solo ha ridimensionato alcune leggende – e confermato altre – ma ci ha aperto gli occhi sulle possibilità, e difficoltà, di andare a lavorare negli States, dal problema del visto alle differenze culturali, da titoli di studio e competenze richiesti a stipendi e costo della vita, fino alla distanza dalla famiglia. Un consiglio di Fabrizio: senza inglese fluente non si va da nessuna parte!

Cosa serve a un italiano per arrivare in Silicon Valley?

Durante il tour abbiamo incontrato molti italiani, per la maggior parte giovani, che lavorano in aziende e università di calibro mondiale. E ogni volta che ci raccontavano il loro percorso comprendevamo perché fossero lì. “Internship al CERN di Ginevra e master a Stanford”, “Ph.D. all’ MIT e collaborazione con la NASA”. Certo, è difficile ma loro erano lì a dimostrarci che non è impossibile. La concorrenza degli asiatici (in primis da Cina e India) è feroce, per cui bisogna sbattersi! Noi italiani siamo molto apprezzati per la nostra creatività e versatilità professionale, a differenza della iperspecializzazione americana. Per concludere, i metodi tradizionali per approdare in Silicon Valley dall’Italia sono: creare una startup di successo e cercare exit; studiare negli USA (costosissimo ma ci sono parecchie borse di studio, vedi il programma Fulbright); lavorare per una succursale estera di un’azienda americana e successivamente ottenere il trasferimento negli States.

L’ambiente lì è davvero come lo descrivono?

Abbiamo visitato gli uffici di Salesforce, o meglio gli uffici di uno dei loro numerosi edifici, ed era esattamente come vengono descritti gli uffici dei colossi della Silicon Valley: biliardi, amache, gente che sfreccia con lo skateboard elettrico, cucine superfornite (e tutto ovviamente gratis per i dipendenti). Gente che lavora seduta, gente che lavora in piedi, gente che lavora spaparanzata su un pouf. Siamo rimasti scioccati nel vedere delle spine di birra in un corridoio – al che un dipendente ci fà “there’s one in every corner of the building” ridendo sotto i baffi.
Tranne per le posizioni che richiedono per forza un orario d’ufficio, la gente non ha orari prefissati. Non vieni pagato per le ore che passi in ufficio, ma per i risultati che consegui! Il lavoro segue una logica di responsabilizzazione che permette una flessibilità impensabile da noi, dagli orari flessibili al lavoro da casa ecc. Tanto si può fare carriera velocemente, quanto si può rimanere senza lavoro dall’oggi al domani. E nessuna protesta; ci si rimbocca le maniche ed entro un mese si ottiene un altro lavoro, magari migliore del precedente. Il posto fisso non esiste, e la gente non lo cerca né se lo aspetta.
La meritocrazia regna sovrana, e non è raro trovare trentenni che ricoprono posizioni al top. Nella Silicon Valley non importa l’età, la provenienza, il colore della pelle o quant’altro…se sei bravo vieni notato e non hanno paura di darti grandi responsabilità (e relativi stipendi).
Inoltre i Venture Capital sono gonfi di soldi da investire in startup promettenti. Anche qui, però, la competizione è estrema; per ogni Facebook, Uber o qualsivoglia startup che ce l’ha fatta a sfondare, migliaia sono sparite miseramente o sopravvivono nel limbo.
E il fallimento non è visto come la fine del mondo; semmai come una fase del processo di crescita personale che porta esperienza per le mosse successive. “Fail fast. Fail Cheap.”

Quali elementi a tuo avviso rendono la SV un posto fertile per la nascita di imprese?

La storia ha lentamente plasmato la Silicon Valley per farla diventare la fucina di innovazione tecnologica e creazione di ricchezza che conosciamo adesso. Facendola breve, è grazie alla ricerca militare che è diventata un polo di ricerca, per poi concentrarsi sulle componenti hardware e successivamente software dei computer, ed infine esplodere con l’avvento della internet economy.
Le università privata principale della Bay Area (Stanford) da sempre supporta la ricerca applicata ed ha un sistema che incentiva la creazione di imprese a partire dai risultati della ricerca. I fondatori di tali aziende, una volta raggiunto il successo, mostrano la loro gratitudine elargendo grandi somme di denaro all’università, che a sua volta li riinveste in questo ciclo di eccellenza. Quando tra gli alumni ci sono nomi del calibro di Bill Gates, Larry Page e Sergey Brin, tanto per nominarne qualcuno a caso, si comprende il successo di tale formula. UC Berkeley, l’università storica rivale di Stanford, ha adottato più tardi una simile formula con altrettanto successo.
Come accennavo, il fallimento è visto come una fase di apprendimento nel percorso che porta al successo. Se il fallimento non porta alla stigmatizzazione sociale, si è molto più incentivati a provarci – entro un certo limite ovviamente.
Il mercato del lavoro è estremamente dinamico. Come ci raccontava Viarengo, nella Silicon Valley il tempo medio che si passa in un’azienda è breve, 2-5 anni. Se un recruiter vede che sei rimasto molto nello stesso ruolo in azienda vuol dire che ti sei ‘seduto’ e non cerchi stimoli; se cambi troppo spesso potresti creare problemi. Nessuno cerca il posto fisso.
Inoltre, come dicevo, la quantità di soldi che gira è inimmaginabile. Startup vengono create da zero o come spin-off, poi c’è l’exit (quotazione in borsa o acquisizione) e con i soldi guadagnati i founder creano altre startup, o creano un fondo di venture capital per finanziare altre startup. Le grandi aziende hanno i loro fondi VC, così come le università. C’è un vasto sistema di incubatori e acceleratori. Il ciclo della ricchezza si alimenta continuamente, finchè scoppia una bolla come quella del dot.com. Ma anche in quel caso, dopo qualche anno di investimenti cauti e mirati, i soldi hanno ricominciato a girare a vagonate.

2 Comments

2 Comments

  1. Paolo Marenco

    2 ottobre 2014 at 11:23

    ottimo Andrea Pirollo….in attesa della tua start up;-)

  2. Gianni

    14 novembre 2014 at 9:40

    Secondo te se un investitore volesse finanziare una startup innovativa qui dall’Italia come fare per capire se è valida o meno?

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