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Novartis BioCamp Italia 2014: un’opportunità per la ricerca biomedica

Siamo stati invitati all’evento Novartis BioCamp Italia 2014, giunto alla sua seconda edizione. Si tratta di un Biotechnology Leadership Camp, realizzato con il supporto dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas, che ha lo scopo di presentare il mondo della ricerca biomedica da diverse possibili angolazioni. Dal punto di vista imprenditoriale privato e dal punto di vista pubblico e della ricerca. Un modo molto interessante di fare sistema da parte di Novartis a supporto della ricerca e dell’innovazione imprenditoriale.

All’evento c’erano 34 partecipanti, con età media di 29 anni, tutti sotti i 35 anni, con una prevalenza femminile ed un eguale rappresentanza tra nord e sud italia, spiega Marco Cattaneo, Direttore di National Geographic Italia. Il 50% dei partecipanti avevano pubblicazioni con primo nome e tutti con almeno un’esperienza all’estero. Un livello qualitativamente alto, secondo Gaia Panina, Chief Scientific Officer di Novartis Italy, la quale prosegue spiegando che Novartis ha investito circa 47 Milioni di euro in ricerca e sviluppo. Si dice molto soddisfatta del BioCamp, il quale scopo è coniugare la formazione manageriale e il know how di ricerca. Secondo Panina, gli attori privati italiani, devono mettere in campo le proprie forze per un maggior coinvolgimento tra industria e università.

I vincitori di questo evento sono stati un’italiana laureata in biotecnologia veterinaria e uno spagnolo ricercatore all’istituto Humanitas in nanomedicina. I due vincitori riceveranno sostegno finanziario ad un congresso internazionale e per una pubblicazione su una rivista scientifica.

Il sistema Italia produce ancora un capitale umane di qualità, secondo Alberto Mantovani, Direttore Scientifico dell’Istituto Clinico Humanitas, che prosegue spiegando che il problema è ad investimenti in ricerca bassi non solo a livello quantitativo ma anche a livello qualitativo. L’Italia fatica ad attrarre cervelli dall’estero, quindi abbiamo un problema serio di valorizzare il nostro capitale umano. Spiega il professor Mantovani che la Francia ha circa 300 mila Phd, in grado di generare un indotto di 1.700.000 €. L’Italia ha un quinto dei phd a confronto.

Ci sono problemi profondi strutturali per cui non si riesce ad attrarre un ricercatore in Italia, continua spiegando Mario Calderini, Professore al PoliMi e consigliere per le politiche di ricerca ed innovazione al MIUR. Possiamo migliorare il rapporto tra pubblico e privato e dobbiamo portare una maggiore integrazione tra l’investitore e il ricercatore, sforzandoci di creare delle roadmap tecnologiche credibili. Calderini aggiunge anche la società civile dovrebbe essere stimolata a finanziare la ricerca, essendo una ricchezza nazionale. Il professore Calderini conclude dicendo che, secondo gli ultimi dati del MIUR, i ricercatori più prodottivi sono quelli “mobili”, cioè che hanno più esperienze in differenti paesi. Quindi auspica all’Italia di avere non più ricercatori italiani o stranieri, bensì di avere più ricercatori mobili.

L’Italia ha giocato un ruolo importante nelle terapie cliniche e il pubblico ha fatto effettivamente poco. La ricerca deve avere un beneficio concreto sul paziente, secondo Armando Santoro, Direttore Cancer Center, Istituto Clinico Humanitas, secondo cui vi è una grande tristezza vedendo i ricercatori italiani scappare all’estero. L’intervento si è chiuso con l’auspicio di Gaia Panina, secondo cui bisogna trovare un punto in comune tra pubblico e privato, mettendo al centro di tutto il paziente.

Insomma, non possiamo che essere soddisfatti di vedere che grossa azienda come Novartis che scende in campo a favore dell’innovazione e dell’imprenditoria giovanile. Tuttavia, gli stipendi di ricerca italiani, restano molto più bassi rispetto ai paesi avanzati, i quali hanno capacità di remunerare facendo sistema.

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