In Italia

Situazione Ecosistema Tech Italiano 2020

Abbiamo ricostruito uno studio di un giovane VC che ha recentemente passato 6 mesi in Italia e ha analizzato lo status del Tech in Italia del 2020 – spunti interessanti e punti di riflessione su una situazione che alcuni sono a conoscenza ma pochi conoscono in maniera approfondita.

Introduzione

L’obiettivo primario della collaborazione Semestrale con Project A consisteva infatti sia nel comprendere le dinamiche dell’ecosistema Tech italiano sia nell’allacciare rapporti in loco. Per chi di voi fosse appassionato di statistica ecco un veloce spaccato di chi ho avuto l’occasione di conoscere.

Prima di tuffarsi nel vivo dell’articolo ci terrei a fornirvi qualche informazione per contestualizzare la vera e propria analisi. L’Italia è la 4° classificata in Europa grazie alla sua produzione manifatturiera, alle infrastrutture, all’agricoltura, al turismo, alla ricerca scientifica e tecnologica. L’economia italiana è principalmente trainata dalle piccole e medie imprese (PMI), ma per ciò che concerne il mondo Tech e il settore tecnologico in generale si colloca soltanto al 10° grazie al contributo in testa di Milano. Questa è stata la prima cosa a colpirmi, spingendomi a ricercare e a comprendere il perché di tale discrepanza.

L’Italia conta 60 milioni di abitanti circa, di cui il 35% è di età superiore ai 55 anni, il 70% vive in aree urbane e il 33% risiede nelle regioni meridionali. Nonostante essa rappresenti un’ampia fetta del mercato europeo, si tratta però di un soggetto economico estremamente eterogeneo in termini di potere d’acquisto, principalmente proprio a causa del divario fra Nord e Sud. Questa condizione non può che influire in modo negativo sulle potenzialità e sullo sviluppo del mondo Tech.

Ultimo ma non meno importante: anche se l’Italia possiede una tradizione di innovazione e di idee imprenditoriali, storicamente supportata dall’industria automobilistica e dal settore della moda dove negli ultimi anni ha visto anche una forte crescita dell’imprenditoria femminile, ha sofferto contemporaneamente una lenta digitalizzazione. Quest’ultima problematica pare essere dovuta in larga parte alla burocrazia locale, alle stringenti regolamentazioni di vario genere, e ancora alla resistenza al cambiamento e altre peculiarità di questo tipo culturalmente radicate negli italiani.

Ambiente istituzionale

In generale è possibile affermare che questo Paese soffra e fatichi a crescere a causa delle limitazioni burocratiche, della forte imposizione fiscale e per colpa di leggi e regolamentazioni assai complesse. Apoco è servita l’introduzione dell’ Italian Startup Act nel 2012 che, nonostante tutto, ha reso più semplice la registrazione di una nuova società, reso più elastiche le regolazioni sul lavoro, introdotto sgravi e incentivi per gli investitori e creato una Visa per startup a corsia preferenziale riservata agli imprenditori. L’Italia tuttavia, secondo l’indice fornito dalla Heritage Foundation, si colloca al 79esimo posto su 180 Paesi per libertà economica.

Il fare impresa in modo tradizionale è ancora concepito come il principale mezzo per raggiungere il successo economico. Inoltre sta richiedendo tempo perché gli italiani si fidino di acquistare beni e servizi online, come risultato di una generale mancanza di educazione digitale. In aggiunta, l’alto tasso di risparmio illustra una diffusa mentalità di ripudio del rischio e, sfortunatamente, questi risparmi non si riversano in attività finanziare con livelli di rischio elevati, o Venture Capital, per le motivazioni sopracitate. Secondo il mio punto di vista, la maggioranza delle famiglie tende a preferire soluzioni meno rischiose a questo tipo di Venture Capital (VC).

Infine l’enorme differenza economica fra Nord e Sud Italia rappresenta un complicato nodo istituzionale che, come già anticipato, frena la crescita è la scalabilità dell’economia.

Il governo italiano sta comunque tentando di promuovere il settore dell’innovazione e si è recentemente mostrato disponibile a investire una grande quantità di fondi in VC. Con l’appoggio del governo, il Fondo Nazionale di Innovazione punta a stanziare milioni di euro in VC per PMI da qui a tre anni, assieme ad altri incentivi come un alleggerimento del peso fiscale che dovrebbe portare a un totale di 2 miliardi di euro. Questa è sicuramente la chiave per creare le giuste condizioni affinché l’economia italiana decolli, prevenendo inoltre una fuga all’estero di capitali e imprenditori italiani.

E in tal senso non è un segreto che il sentiero fra Italia e Regno Unito è già stato ampiamente battuto (si stima che soltanto a Londra risiedano 100.000 italiani). Inoltre un buon numero di ben note startup britanniche sono state fondate da italiani, come King, co-fondata da Riccardo Zacconi, Depop che è nata in Italia per poi trasferirsi a Londra, e una serie di promettenti compagnie FinTech come Soldo, Yapily, Truelayer.

Investimenti

Pur stando dentro alla bolla di Internet niente di significativo è successo fra il 2003 e il 2012 in Italia. Il 2012 ha in parte rappresentato un punto di svolta e il Paese può adesso contare alcuni noti VC: P101, Team Innogest, Indaco, United Ventures, Primo Miglio, LVenture (assieme a LUISS ENLABS), Italian Angels for Growth ecc. Startup con finanziamenti in stadi Pre-Seed, Seed e Series A no sono più una novità, ma VC da SeriesB+ sono molto difficili da trovare a differenza di altri Paesi europei.

Per fare un appunto, i tipici circoli di finanziamento in Italia sono simili ai seguenti: Seed 200K-1M€, Series A 1M-5M€, Series B e stadi successivi 5M€+. Compagnie come Brumbrum (che fino ad ora ha riscosso un totale di 30 milioni di euro assieme a United Ventures e Acces) e Casavo, società di portafoglio di Project A (che ha guadagnato 60 milioni di euro in 2 anni di operato) sono eccezioni alla regola.

Il processo di finanziamento delle startup italiano è inoltre meno lineare di quello che è stato in Francia, Germania o Regno Unito: solitamente vi sono molteplici crowdfounding , finanziamenti Seed o promesse di Equity proprio a causa di una mancanza di capitale. L’evoluzione di questa condizione può tuttavia garantire un afflusso sempre maggiore di affari di questo genere in Italia, non a caso esistono già un paio di fondi europei che guardano con interesse a questo Paese.

In un momento in cui i Venture Capitals italiani paiono attrarre la maggior parte degli affari tramite un’economia inbound, sta diffondendosi una vera e propria cultura di scouting e sourcing. Oltre ai VC nelle loro prime fasi, il mondo Tech italiano beneficia della presenza di alcune incubatrici, di alcuni catalizzatori economici quali LUISS ENLABS, Digital Magics, AlmaCube o PoliHub, che stanno cercando di fornire programmi altamente strutturati per le startup. In fin dei conti gli investimenti assimilabili a VC sono una realtà alquanto recente in Italia e, in questo “ecosistema”, sembra si punti a raggiungere 1 miliardo di investimenti di questo genere nel 2019 rispetto ai 500 milioni del 2018.

Il mondo del Tech

Ogni universo Tech che aspiri a crescere ha bisogno di un centro e Milano ha tutte le carte in regola per esserlo. È difatti centro dei risparmi privati, dei fondi per capitali di ventura, delle infrastrutture, delle università, della qualità di vita e di una mentalità sempre più aperta. Vi è comunque ancora molta strada da percorrere per giungere al livelli dei principali centri europei quali Parigi, Londra e Berlino.

Non a caso i riferimenti di spessore per le startup europee sono gli stessi a crescere più rapidamente. Oltre a Milano anche Torino sta cercando di entrarne a far parte e, a tal proposito, è da poco stata lanciata un’iniziativa. L’OGR Torino (in collaborazione con Techstars) si è posta l’obiettivo di far affluire nell’economia torinese 500 milioni per dare una spinta ad oltre 1000 startup nei prossimi 15-20 anni.

Proprio a proposito di talento, non a caso decine di migliaia di giovani italiani migrano oltremare ogni anno in cerca mi migliori opportunità e molti di loro vantano elevati livelli di istruzione. Il risultato di tutto ciò è che il mondo Tech italiano fatica a riempire migliaia di posti vacanti per lavori specializzati, nonostante l’alto tasso di disoccupazione del Paese, a causa della “fuga dei cervelli”. Nonostante ciò, il campo dello sviluppo si sta espandendo e l’Italia può oggi contare più di 314 mila sviluppatori professionali, piazzandosi così al 7° posto in Europa.

Guardando poi alle scuole e alle università si può notare una mancanza di corsi di studio incentrati sul fare impresa e la sua evoluzione, proprio perché viene ancora data la priorità al modello di azienda tradizionale. Allo stesso tempo, al fine di colmare queste lacune, emergono costantemente nuove scuole digitali come PI School, Talent Garden o un altro paio di bootcamp analoghi. Alcune università dispongono di buone “incubatrici” di questo genere ma anche quest’ultime sono spesso più concentrate sul trasformare progetti di ricerca in progetti imprenditoriali.

Infine, non v’è alcun evento di rilevanza rispetto al mondo Tech o alla cosiddetta Industria 4.0, ma soltanto alcuni eventi locali che lottano per tenersi attorno tutti i soggetti chiave del settore.

Le Startup

Quando un sistema o un economia non sono ancora abbastanza mature si ha l’impressione che le maggiori opportunità risiedano dal lato del consumatore: è questo il caso dell’Italia. Tuttavia, anche se vi sono meno opportunità di business per software rispetto ad altri mercati, il commercio interaziendale (B2B) è un fattore da tenere sotto controllo. Tale necessità deriva specialmente dal numero di PMI disposte a crescere.

In termini di mercati verticali, le tendenze più vivaci sono propriamente legate all’economia tradizionale italiana mediante il settore Tech. Esempi ne sono FashionTech o società per consumatori in generale come eCommerce, TravelTech, Digital Health, InsurTech/FinTech e altre realtà interessanti di B2B attorno a Big Data.

Inoltre l’Italia vanta alcune eccellenze di BioTech/MedTech (su cui sono basate molte importanti startup come Team Innogest) così come di SpaceTech. Basandomi sulla mia attuale percezione dei capitali di ventura italiani pare però che la scarsa cultura di imprenditoria moderna stia venendo compensata, facendo così che gli imprenditori italiani siano sempre più interessati a modelli e aziende al di fuori del mercato nazionale.

Vi sono in Italia alcune startup davvero promettenti e troverete a seguito uno screenshot che le illustra (aggiornamento: Casavo è divenuta parte di esse con i suoi 50 milioni Series B, inoltre Freeda Media ha guadagnato altri 14,5 milioni)

Exits

In generale possiamo affermare che, in Italia, esistono numerose PMI prive del necessario potere finanziario per acquisire o patrocinare startup. Come la maggior parte dei Paesi europei,  l’Italia soffre peraltro della mancanza di grandi aziende del mondo Tech in grado di finanziare e acquisire strategicamente, al contrario di ciò che accade negli USA.

Non vi è un solo Unicorno italiano (startup con giro di affari di almeno 1 miliardo di dollari) e vi sono tutt’ora poche exits degne di nota. Di conseguenza non vi è una grande circolazione di denaro all’interno del sistema, ma è proprio questo circolo virtuoso la chiave per permettere a un economia di decollare, specialmente per l’Industria 4.0.

Vi sono due punti salienti che meritano di essere evidenziati: la maggioranza degli exit italiani riguardano indifferentemente BioTech/MedTech o piccole acquisizioni di startup nei primi anni di vita (2-4 anni di avvio) attorno a 1 milione di euro. Musement (acquistata da TUI Group nel settembre 2018) è probabilmente la maggiore acquisizione del settore e, fra i fondatori, vi erano anche P101 e 360 Capitals. Altre exit degne di nota includono Facile.it (acquistato da EQT nel maggio 2018), Jobrapido (acquisito da DMGT nell’aprile 2012) e Pizzabo (acquistato da Rocket Internet nel febbraio 2015 per 51 milioni di dollari).

Conclusioni

L’Italia pare avere al proprio interno una serie di realtà piuttosto interessanti: startup con finanziamenti pre-Seed/Seed, fondi crescenti di capitali di ventura, un vero e proprio centro in Milano, maggiori investimenti pubblici all’interno di questo ecosistema economico, prime storie di successi, università e attività di ricerca sempre più legate al mondo dell’imprenditoria, nuove scuole digitali e bootcamp ecc… Tutto ciò, sperando nel meglio, dovrebbe iniziare a dare i propri frutti nel giro di 2 anni.

Nonostante ciò, l’economia italiana molto probabilmente faticherà a imporsi nella top 5 europea dell’universo Tech a causa di alcuni elementi non trascurabili. Fra questi alcune specificità del caso italiano come il gap fra Nord e Sud, carente educazione digitale, una prevalenza di agenti tradizionali nel settore e una carenza di storie o exit di grande successo, vero indicatore della capacità di un ecosistema economico di far circolare investimenti e denaro in maniera indipendente.

Ciò nondimeno si stanno avvertendo alcune scosse grazie al successo di BrumBrum e Casavo, casi che hanno destato l’attenzione internazionale e hanno aiutato il mondo Tech italiano a guadagnare prestigio. Inoltre l’Italia potrebbe guardare alle fondamenta della sua economia, quali il settore aerospaziale, il settore manifatturiero di precisione, FoodTech, AgTech e il turismo come opportunità per dimostrarsi sempre più competitiva.

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